Una storia alternativa del passato. Teatro a Trento

Una storia alternativa del passato. Teatro a Trento

2 mesi ago 0 Di -

Aneddoti dalla mia precedente vita

 Sono sinceramente commosso per l’impatto così grande nei vostri cuori che hanno avuto le mie ultime lettere. Mi avete scritto in tanti dicendomi che eravate commossi e leggevate con il magone. Stavolta quindi, se ci riesco, preferisco farvi sorridere. Con un sorriso si confrontano malattie incurabili e con un sorriso si superano ostacoli considerati insormontabili! Per questo motivo ho deciso di raccontarvi, anche se non in sequenza cronologica, alcuni episodi simpatici della mia vita pre-incubo.

Gli amici più intimi conoscono la maggior parte delle mie avventure, in parte perché vissute in prima persona al mio fianco e in parte come soggetto dei miei racconti una volta rientrato in porto.

In questa prima storia avevo 17 anni e lo scenario è Trento, la mia città natale.

Era un tardo pomeriggio e mi trovavo sul Palon, una vetta del Monte Bondone, la montagna sovrastante Trento. Ero, tanto per cambiare, in un tratto fuori pista su un pendio particolarmente ripido e pericoloso dai locali conosciuto come il “mugòn”, prendendo il nome da una pianta tipica della zona che riesce a mettere le radici anche nelle zone più impervie.

Ero insieme a Marco Segata, un caro amico di avventure della gioventù, e dopo aver terminato la giornata con un’ultima discesa rompicollo, avevamo optato per la cioccolata calda con panna di rito, (lasciando il vin brulé ai più gallosi), al nostro ritrovo favorito: il “Nicolussi” a Vaneze.

Stavo salutando un gruppo di amici che mi avevano accolto con il solito rimprovero scherzoso: “Màto d’en Chico. Uno de stì dì te ciàpa ‘na valanga!”, con pronta risposta con confidenza e facciatosta: “Gò la pèl dura anca per le valanghe!”, quando mi accorsi d’aver vicino una bella ragazza sconosciuta. Aveva stampato in viso “non sono della zona” e timidamente, ma sorridendo, mi chiese:” Sei Chico?”.

In carne ed ossa, anche se sono un po’ rotte ultimamente!” le risposi prontamente.

“Lavoro con la compagnia di ballo di Liliana Cosi e Romanescu che, forse non saprai, ma sono le due stelle della danza internazionale del momento. Comunque volevo chiederti se tu ed il tuo amico volete guadagnare bene per un impegno di poche ore?”

Il suo sorriso era malizioso ed ancora non avevo contemplato un’eventuale entrata economica come “gigolò”!

Pertanto le risposi: “Dipende, di che cosa si tratta?”

E lei ancora:” So che vi sembrerà assurdo, ma questa mattina, dopo un’infuocata discussione, due dei nostri ballerini hanno fatto le valigie e questa sera abbiamo la prima al Teatro Sociale a Trento, e il bisogno disperato di rimpiazzarli! Qualcuno, tanto per non fare nomi, ha suggerito il tuo nome dicendo che eri l’unico che aveva sia il fegato che la faccia tosta per poterlo fare!

Ed io: “Scusa, sono le 4 pomeridiane, a che ora inizia lo spettacolo?”

“Alle 21 e se tu ed il tuo amico siete d’accordo dobbiamo partire subito, potete fare una doccia a Trento ed abbiamo i vestiti per voi nel camerino del teatro!” “Ci vogliono un paio d’ore per insegnarvi i passi da eseguire e poterli praticare e memorizzare”.

Mi consultai con Marco, che di natura era un po’ timido, ma al mio fianco si trasformava in un leone, e si decise di farlo.

Durante il viaggio verso Trento, la nostra nuova amica/boss ci mise al corrente sulla struttura della compagnia che era una delle più rinomate al mondo. Ci spiegò che “Spartacus” era la rappresentazione più importante della serata. La storia classica di uno schiavo romano che per essersi ribellato venne sentenziato a morte (non a vita, come me!). La nostra parte era quella dei due centurioni che lo scortavano in malo modo, per poi trafiggerlo con una lancia nel petto.

In realtà la lancia veniva posizionata sotto l’ascella, così da avere l’effetto del petto trafitto da parte a parte. Guarda caso, il soldato doveva essere la mia parte. Avrei dovuto sospingere bruscamente; Spartacus bendato, il tutto a passo di danza, per poi arrivare all’apoteosi nel trafiggerlo e sollevarlo mentre lui si avvinghiava alla lancia; il tutto senza tentennare, con ritmo e con notevole uso di forza, ed era per questo che eravamo stati scelti.

Tranquillizzai Marco dicendogli che tutto sommato non mi sembrava un’impresa impossibile. Una volta arrivati al teatro fummo assaliti  da un folcloristico gruppo di artisti del “make-up”. Ci sottoposero alla depilazione dei polpacci, giustificandola con il fatto che i centurioni usavano delle cinghie di cuoio ai polpacci nei sandali da battaglia. Ci cosparsero di una polvere-talco antisudore per minimizzare l’effetto delle luci artificiali sulla pelle. Finalmente ci presero le misure per poter adattare le armature dei due ballerini fuggitivi.

Terminata la parte vestizione e trucco, fummo presentati al coreografo che ci insegnò e fece memorizzare la sequenza dei passi principali fino ad arrivare alla complicata manovra dell’esecuzione di  Spartacus.

Dopo due ore di pratica Marco ed io eravamo convinti che avremmo fatto una prestazione decente, anche se non eravamo dei professionisti del balletto. A dire la verità fino a quel momento non avevamo incontrato nemmeno uno degli altri ballerini!

Mancava ormai poco all’apertura del sipario.

Il primo balletto credo fosse Romeo e Giulietta con Romanescu e Liliana Cosi come protagonisti. Da dietro le quinte osservavo a bocca aperta le loro evoluzioni, piroette, passi complicati e l’incredibile forma fisica di ogni ballerino. A quel punto a me e a Marco stava nascendo qualche dubbio. Il nervosismo faceva capolino sulla confidenza, Spartacus poi, anche se non era il primo atto, era comunque il cuore della serata, la rappresentazione principale.

All’apertura del sipario Marco ed io incrociammo le dita. Il teatro stracolmo con i biglietti prevenduti da settimane. L’impatto con le luci ed il pubblico fu uno shock. Dovevamo marciare in doppia fila indiana a tempo di danza per accompagnare Spartacus alla sua esecuzione. Io ero il centurione che lo doveva spingere maltrattandolo, sempre a tempo sincronizzato, con i passi memorizzati prima (e dimenticati dopo). Tutto sommato, a parte qualche passo improvvisato, non eravamo poi tanto male. Fino al momento in cui sentii i bisbigli dalle prime file: “Tei, ma quel soldà lì l’è trentin, l’è quel che zuga a baseball e se buta dale montagne en la fresca…ma dime tì!!” Per quanto cercassi di concentrarmi sui movimenti da eseguire, avevo voglia anch’io di farmi una gran risata. Nonostante l’autocontrollo imposto mi distrassi per qualche secondo quasi anticipando l’esecuzione! Fortunatamente venni richiamato all’attenzione dal coreografo appollaiato dietro le quinte. Riuscii a correggere il tempo fiuno al colpo di lancia, alla “picadores”, sotto l’ascella, sollevando Spartacus con molta poca difficoltà. Gran finale con applauso. Mancava solo un “olé” collettivo!

All’uscita dal teatro, oltre ad una decina di persone, ignare della mia vera identità, che mi chiesero l’autografo, c’erano gli amici inseparabili che ancora si tenevano la pancia per le grandi risate! Con tanta allegria sulla faccia e trecentomila lire in tasca festeggiai offrendo la pizza a tutti. La coreografa cercò inutilmente di ingaggiarci per altre tre città a dimostrazione che, dopo tutto, avevamo tenuto alta la bandiera trentina!

Questa che vi ho raccontato è una storia semplice, certo non è la più avventurosa che ho vissuto, ma che però rispecchia la mia voglia di gettarmi a capofitto nelle avventure più disparate.

Una storia che aiuterà a conoscere, con le altre che seguiranno, il Chico prima del fattaccio.

Per il momento vi do un Ave alla romana dicendovi:” Liberaturi te salutant!”

Con il sorriso sul viso.

Sempre vostro, Chico