Tra koala e canguri

Tra koala e canguri

2 mesi ago 0 Di -

Cari amici,

questa storia ha avuto luogo nella città di Perth, nello Stato del Western Australia, nel continente australiano, soprannominato “Down Under” (“a testa in giù”). Infatti in Australia, come in Sud Africa, l’inverno corrisponde alla nostra estate.

Era il 1987, l’anno dell’America’s Cup.

Per questo motivo c’era grande movimento dei media internazionalie, soprattutto, italiani visto i due equipaggi italiani che vi partecipavano, “Azzurra” ed “Italia”.

Gli Stati Uniti dovevano riprendersi dallo smacco umiliazione d’aver perso quattro anni prima e dopo un secolo di monopolio, il trofeo più ambito nel mondo della vela.

Dennis Conner era lo skipper incaricato di un’impresa da molti considerata disperata, soprattutto in acque così familiari agli australiani.

A quel tempo io vivevo nella cittadina di “Cottesloe” sulla riviera, a poca distanza dalla zona di regata. Nella zona prevale un vento costante (un po’ come la nostra “òra” del Garda) che si chiama “the Doctor” perché cura lo stress quotidiano di coloro che veleggiano.

A poca distanza era anche la cittadina di “Fremantle”, sede del circolo vela organizzatore dell’evento. Spesso passavo parte del mio tempo libero con l’equipaggio di Azzurra. E comunque molti dei membri dei vari equipaggi partecipanti erano stati miei compagni di regata nel passato. Avevo da poco terminato il campionato del mondo, tappa australiana di velocità. Dopo due giorni ero al quinto posto quando, per un impatto con un tronco semi sommerso all’opera viva (la parte inferiore della tavola). Era l’unica tavola che possedevo per quel tipo di competizioni ed ero  molto dispiaciuto. Si avvicinò Marinello, il factotum di Azzurra, personaggio simpaticissimo che, presentandosi, si offrì di riparare il danno. Doveva trasportare la tavola al laboratorio di Azzurra dove aveva resina ed accessori necessari. Marinello fece un lavoro più che egregio ma, purtroppo, non in tempo per poter terminare il campionato.

Sapevo di essere veloce e di avere la tavola adatta alle condizioni australiane ed ero dispiaciuto di non averlo potuto dimostrare. Alla cerimonia di chiusura i primi 25 classificati venero invitati a partecipare al campionato australiano che avrebbe avuto luogo a Mandurah, a circa un’ora a sud di Fremantle nelle settimane seguenti.

Marinello, con braccio sulla spalla, mi assicurò che per quella gara la mia tavola sarebbe stata come nuova. E quindi decisi di parteciparvi. Invitai il mio caro amico Angelo Glisoni (in seguito olimpionico nella classe Tornado con Giorgio Zuccoli) a passare le vacanze con me. Angelo risiedeva sul lago d’Iseo e a quel tempo fabbricava a livello artigianale, pinnette in fibra carbonio, da me disegnate, che erano considerate tra le migliori al mondo.

La ditta si chiamava C.S.V., un acronimo che stava per “Cristina stammi vicino”, dove Cristina era la ragazza di Angelo (ho sempre pensato fosse un gesto bellissimo dedicare il nome! Spero che Angelo non se la prenda troppo per aver svelato il suo segreto!).

Il simbolo delle pinne era un pupazzetto che disegnavo come autografo: un viso sorridente con la mano nel gesto di “Hang Loose”, che in hawaiano significa “prendi solo il meglio della vita e rilassati”!.

Angelo è stato un caro amico del passato ed a quel tempo eravamo inseparabili. Quando rientravo in Italia spesso andavo da lui, ad Iseo, a “testare” le ultime pinnette disegnate.

Oltre ad Angelo era venuto a passare le vacanze con me anche un caro amico francese di nome Philippe de Villenoise, un atleta superbo che per sbarcare il lunario faceva il pasticciere a Sydney (a quasi 3.000 km di distanza!).

Ci spostammo, ospiti di una simpatica amica, Carol, figlia di un magnate di Perth. Il padre ci aveva permesso l’uso del suo “ranch”. Una proprietà da sogno, a 45 minuti da Perth. Il recinto richiudeva un’area enorme. Lago naturale, percorso ippico, campo da tennis illuminato, stalla per 20 cavalli, chalet tipo St. Moritz con piscina riscaldata, pista da motocross ed un paio di Honda 250 cc. a disposizione degli ospiti. Un vero sogno!

La sera precedente l’inizio delle gare a Mandurah, si decise con Marinello di andare a fare una serata insieme a Fremantle. Nel soffermarci all’Observation City, un albergo costruto appositamente per l’America’s Cup, dove ogni stanza aveva la vista sul campo di regata!, entrai per qualche minuto per usare il servizio di telefax. Uscendo trovai Angelo in piedi al lato sinistro della macchina (prestataci!) e due australiani giganti mezzi ubriachi di birra (gli australiani superano anche i tedeschi all’Oktoberfest quando si tratta di birra!) seduti all’interno della macchina. Patatine fritte in mano e salsa di pomodoro dappertutto, incluso il parabrezza interno. Guardai Angelo che con uno sguardo del tipo: “Ma hai visto quanto sono grandi?” si fece una risata. Chiesi loro, all’inizio rispettosamente, di uscire, senza successo. Quindi mi resi conto che i miei tentativi educati erano inutili, cercai di rimuoverli con le maniere “forti”.

Aprendo la portiera cercai di agguantare l’avambraccio di uno dei due (che assomigliava a quello di Braccio di Ferro!) ma per via del ketchup e l’olio fritto scivolai cadendo all’indietro come un “pantalone”.

Risate da parte di Marinello, Angelo e gli altri tre ragazzi di Azzurra che erano con noi in un’altra vettura. Io non ridevo molto e preso dalla rabbia spalancai del tutto la portiera e li tirai fuori di peso, malgrado superassero il quintale. Erano talmente sbronzi che non fecero alcuna resistenza cadendo a terra stralunati. Io però mi ero slogato una mano!  Marinello ed Angelo posizionarono i due “sacchi di patate” sul marciapiede e ripartimmo verso la nostra destinazione.

Angelo guidava ed io incominciavo a sentire un dolore forte al polso destro. Mi ero incrinato il metacarpo e a poco a poco la mano/polso si stava trasformando in un melone. Presi un paio di  Tylenol (visto che sono allergico all’aspirina) e cercai di riposare. La mattina del giorno dopo mi pentii di quella zuffa ed Angelo e Philippe dovettero incaricarsi di tutta la trafila per caricare l’attrezzatura sulla macchina per poi dirigerci verso Mandurah. Durante il viaggio pregai perché il percorso fosse nel lato giusto (in gergo velistico: “mure a dritta”!) perché altrimenti non avrei potuto partecipare. Il percorso in una regata di velocità è un tratto d’acqua di un chilometro che viene veleggiato al largo solo da un lato. Una fotocellula fa scattare il cronometro alla partenza ed una lo arresta al traguardo, la media del tragitto dà la velocità. Fortunatamente il vento non era particolarmente forte e dopo una ventina di passaggi, riuscii a prevalere vincendo con una velocità di trenta nodi, con vento reale molto inferiore. Gran festa e vari articoli dei giornali locali che citavano: “Nonostante l’handicap di un polso incrinato, Chico Forti ha dominato il Grand Prix di Mandurah!” A dire la verità non ci potevo credere. Vinsi uno stereo (oltre a coppa e medaglia) che, di comune accordo con Angelo e Philippe, decidemmo di regalare a Carol per la sua ospitalità.

Angelo fece qualche foto delle pinne della concorrenza anche se la maggior parte degli atleti già usava le nostre pinne, e coloro che non le usavano pregarono Angelo di poterle avere.

Nei giorni a seguire, il polso migliorò tanto che durante la finale della Coppa America decisi di uscire con il windsurf per poter vedere la regata da vicino. C’erano oltre sette chilometri tra la spiaggia ed il campo di regata. Partii da Cottesloe senza salvagente né documenti. Volevo avere una vista migliore e non potevo lamentarmi perché la barca di Dennis Conner mi passò a dieci metri di distanza! Mi resi conto che, forse, ero un po’ troppo vicino! Infatti dopo pochi minuti la vedetta della guardia costiera australiana si diresse verso di me a tutta velocità. Convinto di poterli bruciare con la velocità e la maneggevolezza della mia tavola, optai per un rapido rientro verso Cottesloe facendo zig zag tra le varie barche osservatrici, con la mia vela Gaastra rossa 5.7 metro quadri e con il mio simbolo velico I-1 era difficile passare inosservato.

Dopo pochi minuti l’elicottero della polizia si aggregò all’inseguimento e nonostante viaggiassi “a tutta birra” (visto che ero in Australia!) mi raggiunse in breve tempo. Usando il vento generato dalle pale rotore mi sbatté la vela nell’acqua e, rimanendo sopra di me così da impedirmi di risollevare la vela, mi obbligò ad aspettare l’arrivo della motovedetta. Una volta al mio fianco venni uncinato tipo balena e, ricordo ancora l’espressione e le parole del capitano: “A 7 km dalla costa, senza salvagente, razzi, documenti, nel mezzo della regata internazionale più importante dell’anno!”

La multa era salata e mi appellai al quinto emendamento. Comunque poi mi lasciarono rientrare, solo dopo che la regata era terminata, nel caso fossi in vena di un altro “exploit”!

Alla sera fui invitato alla celebrazione in onore di Dennis Conner al Burswood Casinò (all’epoca uno dei più grandi del mondo!). Nell’entrare venni accolto con una marea di pacche sulle spalle stranamente senza alcuna richiesta di sfida a Braccio di Ferro (il passatempo favorito tra i “whinchers” degli equipaggi, coloro che operano i verricelli manuali!).

Mi fecero sedere di fronte ad una  televisione facendomi rivedere il filmato di Canale 9, la televisione ufficiale dell’evento.

Operatori e regista in vena di creatività, avevano filmato l’intero episodio e messo in onda in diretta sottotitolando il mio windsurf con il nome della barca americana e sotto l’elicottero il nome dell’altra barca. Fu tutto sommato una simpatica variante dal quotidiano ripetersi delle regate.

Dopo questa esperienza australiana, non ricordo essere entrato in un altro campo di regata dove non vi partecipassi.

Un abbraccio da koala.

Vostro

Chico