10 anni di solitudine

10 anni di solitudine

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10 anni di solitudine. Novembre 2009
«Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera».
Queste parole di Quasimodo sono così intense e così appropriate quando si entra nella seconda metà del tragitto della nostra vita, però…
Oggi sono 10 anni che mi hanno rubato la libertà, la cosa più preziosa che un uomo possieda. Sono 10 anni che sono fisicamente separato dalla mia famiglia e dalle persone care, e quindi in solitudine. 10 anni con la rabbia nel cuore per questo ostinato ed assurdo accanimento nei miei confronti (che oltrepassa anche la più compulsiva diligenza) dell’accusatore dello stato della Florida. Ne ha fatto la sua missione di non farmi uscire da questo postaccio, se non in senso orizzontale.
Ancora non mi rendo conto quali e quante siano le forze malvagie che hanno creato questo «black out» giudiziario che oscura il mio caso come un’eterna eclissi solare. Io, inesorabilmente, e al buio, continuo ad andare avanti, aiutato solo da una piccola candela che usa la speranza al posto della comune cera; assolutamente convinto che la giustizia, quella vera, un giorno prevaricherà. Una convinzione che confina con l’utopia, ma che mi aiuta a rimanere sano di mente. Ed è questo il rischio più grande, dopo tanti anni d’isolamento, l’abbandonare la speranza e cadere nell’oblio dell’automatizzazione quotidiana in un ambiente dove la tua sola ed ultima libertà è quella di pensiero! (quando sei solo!).
Ed è il pensiero dei ricordi di una meravigliosa vita precedente, che dopo una decade, sembra appartenere al periodo del paleozoico.
10 anni confinato, sono 25 anni di vita libera, perché qui, le giornate non passano mai, il tempo si muove come una tartaruga.
Mi sveglio alla mattina presto e cerco di rimanere occupato tutto il giorno, è il mio «trucco» per riuscire a stancarmi fisicamente così da riuscire alla sera ad addormentarmi velocemente. Inevitabilmente, poi, subentrano i sogni con un motivo prevalente, la libertà. È impossibile quantificare il valore della libertà, se però disponessi di ciò che possedevo quando venni arrestato, lo baratterei tutto, senza alcuna esitazione, per una giornata di libertà da poter trascorrere con i miei figli, la mia famiglia e i miei amici più cari.
Trento è la mia città natale e, nonostante tutti i miei viaggi passati, rimane la mia favorita. Amo le sue mura ricche di storie, la vicinanza a laghi e montagne e il fatto di poter girare in bicicletta senza problemi. I ricordi di quella «semplice intensità» di valori umani sono per me una fonte di sostentamento. Le prime scorribande, i primi amori e i tempi della scuola intrinseche a quelle amicizie che hanno superato le intemperie più avverse, sempre fedeli. In questi anni, oltre alle visite dei miei familiari, le visite più piacevoli sono state quelle dei miei amici di gioventù. Con loro non ho smesso di parlare dall’inizio della visita fino al saluto finale d’addio. E l’argomento principale era sempre lo stesso: «Gli amici di Trento… che fine hanno fatto!?» Durante quelle visite ero immune a qualsiasi tipo di recinzione, quanti viaggi mi sono rivissuto parlando del passato!
A settembre ho ricevuto la visita dell’amico Tito Giovannini, un caro compagno di vecchia data, che da giovani soprannominavamo «Il Conte», nel senso positivo del titolo, perché Tito era sempre impeccabilmente vestito, puntuale e di maniere fini. Una mosca bianca paragonata alla tipica cordialità del verace trentino, che segue più le istruzioni dell’istinto che del galateo. Se è vero che la copertina non fa il monaco, in questo caso il «vestito» fa il monaco, perché Tito ha fatto una brillante carriera proprio basata su quella sua precisione, puntualità ed attenzione ai piccoli dettagli. Il suo calendario trabocca d’impegni eppure ha trovato il tempo per venire a visitarmi 3 giorni consecutivi. (Ho il sospetto ammaliando la mia classificatrice «65enne»!). Non aveva nessun altro motivo per venire a Miami. Anche con lui non ho smesso di parlare un secondo (Roberto Fodde al telefono, la sera della prima visita, mi ha detto: «Chico, domani fai parlare un po’ anche Tito per favore!» Qualche triste nota, ma anche tante belle notizie. Quando è partito l’ho salutato veloce perché sapevo che l’emozione era sotto la pelle, vicina alle lacrime, ed era troppo bello vederlo partire con il sorriso sulle labbra! Ho avuto tre giorni bellissimi, grazie Tito!
Anche le precedenti visite hanno avuto lo stesso effetto: farmi sapere che non sono solo! Anche nell’incarcerazione ho 40 anni di memorie da uomo libero che intrattengono la mia mente quando non sono occupato nel lavoro quotidiano. Oltre agli amici del comitato «Una chance per Chico» e Facebook, lo zio Gianni e Wilma sono la mia linfa vitale, la mia flebo di sopravvivenza. Fino dal primo processo hanno sacrificato l’ultima decade della loro vita, infaticabili e fedeli a questa «quasi impossibile» battaglia per la mia libertà!
Anche loro hanno ricevuto innumerevoli porte in faccia. Sono stati «rassicurati» da personaggi influenti con la classica frase: «Sì certo, non vi preoccupate che me ne occuperò immediatamente!» In realtà poi, né più visti o sentiti! Quando qualcuno ti dice troppo velocemente «Non si preoccupi, sarà fatto al più presto…» c’è tutto da preoccuparsi, perché non verrà fatto nulla! Quasi fosse il modo strategico per liberarsi del «mendicante di favori». A volte, purtroppo, quei «favori» sono d’importanza enorme e sarebbe meglio avere una risposta schietta, invece di una frase compiacente, così da poter eventualmente cercare un percorso alternativo. Poche righe sono sufficienti a descrivere i miei 10 anni di vita qui dentro. Primo perché delle vicende scottanti non ne posso parlare e tanto meno scriverne, e secondo perché si tratta di una monotonia e ripetitiva routine quotidiana.
Sveglia alle 5 di mattina. Colazione tra le 5.30 e le 7.30, a seconda della posizione del tuo dormitorio (il più pulito e il numero più basso di provvedimenti disciplinari, va a mangiare per primo). Rientro e conteggio alle 8.00. Alle 8.15 circa riapertura della cella ed inizio della giornata lavorativa. Pausa di lavoro e secondo conteggio tra le 11.30 e 12.00. Di nuovo al lavoro fino al conteggio delle 4 pomeridiane. Per coloro che, come il sottoscritto, lavorano anche il 3° turno, ancora in azione fino al conteggio delle 8 di sera. Dopo questo conteggio c’è un periodo di semi-libertà nell’area comune antistante le celle. Chi guarda la televisione, chi gioca a scacchi o a carte, chi legge o scrive usando uno dei 2 tavoli (80 cm X 160 cm) a disposizione. Rientro nella cella per il «mastercount» (conteggio principale) dove non vengono contati solo i «bodies» (corpi), ma vengono verificate le identità degli «inquilini».
Poi la cella si chiude inesorabilmente alle 11 di sera per 6 ore di sonno, per coloro che riescono a dormire, o per 6 ore di viaggi nella memoria per quelli come me. Durante il fine settimana la maggior parte non ha l’obbligo di lavorare e c’è quindi la libertà di fare esercizio fisico nella ricreazione o di rimanere nella «cuccia» a dormire un po’ più del solito.
Io lavoro anche il fine settimana a meno che Roberto (Fodde) non venga a farmi visita. Come ho già detto, questa è una città in miniatura con lavanderia, libreria, mensa, fabbro, falegname, idraulico, elettricista, e 2 parroci ecumenici che gestiscono una chiesa per tutte le denominazioni religiose. «Il boss parroco» è un cinese che ha visto «la luce» mentre guardava un film pornografico e da allora si è convertito e, quando può, cerca di convertire gli altri usando ogni stratagemma (cibo cinese incluso) per attirare nuovi adepti. A me è simpatico perché non ha peli sulla lingua e tira “siracche” degne di uno scaricatore di porto. L’altra sua caratteristica peculiare è il fatto di tagliare corto quasi tutte le cerimonie incluse le messe. Di conseguenza il soprannome «Ciop Ciop» usato dai tagliatori d’alberi canadesi. Anni addietro fece una foto con me e lo zio Gianni durante una visita, che poi venne anche pubblicata. Adesso le regole sono più rigide e preferiscono evitare di fraternizzare con le famiglie dei detenuti. L’altro aiuto parroco volontario (mentre Ciop Ciop riceve uno stipendio) si fa da tutti chiamare «Doc». Sono convinto che la sua scelta canonica sia dovuta al fatto che per 50 anni ha fatto l’avvocato difensore pubblico e non avendo salvato molti dei suoi difesi dalle condanne del giudice di turno, adesso cerca di salvare l’anima di quanti più riesce. Tra i vari «convertiti» trova spesso uno dei suoi vecchi clienti. «Doc» è l’opposto di «Ciop Ciop» e quando parla si fa fatica a farlo smettere, però non tira “siracche”, e quindi tra i due c’è un certo bilanciamento naturale.
Quasi dimenticavo la scuola che è l’ambiente dove ti senti meno incarcerato, perché di rado ci stazionano le guardie, ed il personale è composto di «civili» non in divisa.
Ci sono varie classi anche se i programmi sono ridotti al minimo vista la crisi. Esiste un primo livello chiamato M.L.P. che corrisponde alle nostre elementari; ed un livello più avanzato chiamato G.E.D. che corrisponde alle nostre medie. Ci sono poi 3 classi di modality; un programma per detenuti che hanno qualche connessione con la droga nella loro sentenza. Il programma è un mix di sedute con psicologi e psicanalisti (senza i 5 cents da pagare a Lucy, l’amica di Charlie Brown!) per detenuti che hanno meno di 3 anni dal E.O.S. (data stimata della scarcerazione). La gran parte degli allievi di modality fumano come i turchi e tracannano il «buck» che è un vino fatto «in casa» con resti della frutta della mensa mescolati con qualche chilogrammo di zucchero (una bomba per il fegato), però in compenso si fumano qualche spinello in meno!
Il mio unico «vizio» è il telefono! Devo ammettere che lo uso un po’ (eufemismo!) più degli altri. È la mia boccata di 15 minuti d’ossigeno. Le persone con cui posso comunicare (devono essere su una lista approvata che può essere aggiornata solo ogni 6 mesi!) sono i miei bambini, in particolare Jennableu e Francesco Luce, la mamma, lo zio Gianni, Wilma e Roberto. Qualche volta poi, nelle occasioni d’emergenza, ci sono gli «occasionali invitati a pranzo». La prassi per l’uso regolare del telefono richiede una certa diplomazia «kissingeriana». In questi dieci anni ho affinato non poco l’arte. Ci sono alcuni giornalisti che hanno seguito il mio caso onestamente ed obiettivamente fino dall’inizio. Emerge da questo gruppo Sergio Damiani del quotidiano l’Adige, che pur non conoscendolo di persona, stimo ed apprezzo per l’equilibrio dei suoi articoli. Li posso leggere senza trovare passi che mi feriscano. Devo anche ringraziare tutti gli altri giornalisti trentini e le due stelle, Marzia e Cristiana. È grazie ai vostri servizi che la gente è venuta a conoscenza del mio caso.
Capita spesso che qualcuno fermi mia mamma per le strade della città per regalarle un sincero e caldo sorriso e per farmi arrivare cordiali saluti. Questo mi fa estremamente piacere perché mia mamma si è dimostrata una roccia senza mai mollare un secondo in dieci anni di calvario. Ho tanti amici che soffrono per la mia incarcerazione, ma non piangono sul latte versato, invece si rimboccano le maniche per trovare un’altra mucca da mungere ed avere dell’altro latte fresco.
Mi ricordo di una delle prime feste organizzate dal comitato «Una chance per Chico» allo Studio Uno in Bondone. In quell’occasione una mia lettera venne letta in successione da una «staffetta» di volontari, perché l’emozione prendeva il sopravvento e impediva il terminarne la lettura.
Le migliaia di lettere che, grazie a voi, ho ricevuto mi hanno riempito di gioia. Agli inizi non sono riuscito a rispondere a tutti coloro che mi hanno scritto (e me ne scuso!) perché il processo della posta in uscita era estremamente lento. Adesso però posso rispondere un po’ più celermente via Roberto e «Forza Chico».
Non posso dimenticare di ringraziare Andrea, trentino emigrato a Madrid (che ogni tanto ritorna a trovare la sua mamma») che sta dedicando 18 ore al giorno ad organizzare gli amici di Facebook. «Il cielo come limite» quando gli ho chiesto «Ma a quanti vuoi arrivare Andrea?»
Ai politici, normalmente riluttanti, va un altro grande ringraziamento a Santini per il suo sforzo e le sue belle lettere, al sindaco Dellai per degnarsi, e molto di più di seguire il mio caso e smuovere le acque a livello provinciale. Ad Iva Berasi che come ex assessore dello sport ha coinvolto il Trentino sportivo per antonomasia.
A Giancarlo Innocenzi per la sua bella visita e per aver tentato l’impossibile. A Vittorio, Lorenzo, Franco, Claudio (Ane), Andrea, Alberto, Francesco, Daniel, Alberto T., Franz, e tutti gli altri che hanno sacrificato le vacanze per venirmi a visitare. E tutti quelli che sicuramente ho dimenticato di menzionare, ma che sono nel mio cuore. Ho saputo da una «quinta colonna» della festa in mio onore per i 10 anni! (Che triste però come anniversario!) Mi lusinga immensamente anche perché mi rendo conto che non è un’impresa facile da realizzare. Però voglio far sapere anche agli amici che fanno gesti più semplici e meno eclatanti, come lo scrivermi qualche riga, quanto apprezzi la loro calda amicizia.
È inevitabile che con tante decine di migliaia di amici nel gruppo ci siano moltissimi non trentini, bello sarebbe poter appuntare sul petto di tutti loro una coccarda con la scritta «Adottato trentino, amico di Chico»! Se ci sono 40.000 persone che credono nella tua innocenza prima o poi (speriamo prima che mi rimangano solo le bocce al Dopolavoro Ferroviario come exploit sportivo!) qualche giudice dovrà rendersi conto di questa assurda ingiustizia.
Nel parlare con Tito nel corso della sua visita mi è scappato un: «Se esco da questo postaccio…» e lui mi ha prontamente ripreso dicendomi: «Quando esco, non se esco!» Quindi quando esco voglio stringere la mano e dare un abbraccio «orso» a tutti coloro che mi hanno regalato la loro amicizia anche se magari ci vorranno un paio di mesi!
In questi ultimi 10 anni ho anche imparato, inghiottendo, che non sono un superuomo, che il mondo non gira intorno a me e che ancora non ho imparato a camminare sull’acqua!
Ho imparato che le vere amicizie, quelle radicate nel cuore, sono il patrimonio più ricco che un uopo possieda.
Ho imparato che nonostante le mie condizioni disagiate c’è tanta gente che sta peggio di me. Ho imparato che qualche volta bisogna ascoltare il proprio istinto, anche se viaggia in senso contrario alla razionalità. In 10 anni ho riscoperto il calore umano e la solidarietà della mia città natale. Valori che, qui in America, sono in via d’estinzione.
Al genio nella bottiglia (di plastica chiaramente!) ho chiesto di non dover festeggiare un altro anniversario che abbia a che fare con le parole lustro o decade, perché i miei amici mi hanno confidato che sono stufi d’aspettare. Ad Ungaretti, poi (pace all’anima sua) devo consigliare di fare un’«errata corrige» al suo intenso e triste poema. Forse lui, un po’ depresso, si sentiva solo, ma io su questa terra mi sento circondato da decine di migliaia di amici sinceri che con la fiaccola in mano hanno allargato abbastanza quel raggio di luce da contenere un’altra quarantina d’anni di vita intensa e da uomo libero. Con un tramonto lumaca che scende così lento da sembrare non raggiungere mai l’orizzonte.
La speranza è l’ultima a morire e io ne sono divenuto il portavoce.
Un abbraccio forte forte.