Un grido dal carcere

Chico Forti - un urlo dal carcere“Aiutatemi! Sono innocente”.
È l’appello lanciato, all’indomani della sentenza che lo ha condannato all’ergastolo, dal produttore televisivo italiano Enrico Forti. Da oltre dodici anni Enrico Forti, detto “Chico”, è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza nelle paludi delle Everglades. L’accusa: omicidio di primo grado ai danni di Dale Pike, figlio di un albergatore di Ibiza, Spagna, Anthony John Pike, detto “Tony”.
Ex campione di windsurf ed eccellente documentarista, specializzato nei filmati sugli sport estremi, Chico Forti si trasferisce da Trento in America, in cerca di fortuna, sfruttando la sua intelligenza eclettica ed il suo estro vulcanico. Si stabilisce in Florida, il Sunshine State. Sposa una californiana dalla quale ha tre figli. La famiglia di Enrico Forti risiede a Williams Island, un elegante quartiere di Miami.
A dichiararlo colpevole una bugia, soltanto una bugia, detta nel Paese sbagliato, nel momento sbagliato e alle persone sbagliate. In America, patria delle contraddizioni, la menzogna è un delitto grave. Con la mente annebbiata dalla paura e senza alcuna assistenza legale, Enrico Forti mente alla polizia di Miami sul suo incontro con la vittima. Da quel momento la sua vita viene sconvolta. Entra in una spirale incontrollabile in cui fatti, circostanze, coincidenze, singolarità, generano una picchiata senza fine. Il punto di non ritorno sembrerebbe la condanna al carcere a vita, ma Chico Forti sta ancora precipitando e per lui l’incubo dello schianto non è ancora finito.
 
Chico Forti - un innocente condannato all'ergastoloÈ un'impresa molto ardua sciogliere il groviglio inestricabile di questa brutta vicenda. Un affair dai risvolti inquietanti, veri e propri coltelli affilati, i cui manici, a quanto pare, sono nelle mani di gente assai potente. Una verità costellata di buchi neri. Come quelli collegati alle piume scure che odorano di morte del piccione trovato accanto al corpo di Gianni Versace o all’affondamento della house-boat in cui si era rifugiato il presunto assassino dello stilista, Andrew Philip Cunanan.
Insondabili baratri di abiezione, dei quali Chico aveva cominciato a scardinare le porte in un suo documentario intitolato “Il sorriso della Medusa”, rendendosi conto dell’esistenza di stanze dai segreti inconfessabili. Qualcosa di grosso, di molto grosso. Misteri che non potranno né dovranno mai essere svelati.
L’America è la terra dove si materializzano i sogni, il posto ideale per chi, come Enrico Forti, di sogni ne aveva non uno, ma un’infinità. Attenzione però, è anche la terra dove Sacco e Vanzetti furono giustiziati nel 1927 e riabilitati formalmente soltanto nel 1977. Una terra bellissima, che Chico, nonostante tutto, continua ad amare. Un’abbagliante peripatetica che si concede al miglior offerente e si fa corrompere anche se è necessario neutralizzare un innocente.
Esuberanza, voglia di fare, sfrenata creatività nei confronti della vita e del mondo si possono forse attribuire a Enrico Forti. Che abbia ucciso Dale Pike questo però nessuno lo può credere. Non solo per un atto di fede, ma per il semplice fatto che non esiste uno straccio di prova, eccetto una costruita ad arte e che poteva essere smontata all’istante se soltanto vi fosse stata la volontà di farlo.
Così come si è volutamente insabbiata la chiave di volta del processo contro Forti data dall’assenza di un movente. Che, per il pubblico ministero, è da individuarsi in un’ipotetica truffa perpetrata dal Forti nei confronti del padre della vittima, Anthony John Pike, proprietario dell’Hotel Pikes ad Ibiza, in Spagna. Un albergo frequentato in passato da star e personalità di caratura internazionale, ma che ultimamente stava attraversando un periodo di crisi.
 
Secondo l’accusa Forti intendeva strappare “sottocosto” la proprietà a Tony Pike, approfittandosi di un vecchio malato e incapace. “Greed”, “avidità”, dirà il pubblico ministero Reid Rubin al processo. Il figlio di Tony, Dale, avrebbe interferito per impedirne la compravendita e per questo Chico lo avrebbe ucciso.
Per l’imputazione di tentata truffa, circonvenzione d’incapace e appropriazione indebita Forti fu processato e assolto in istruttoria. Dissolti i dubbi il movente decade, non esiste più. Clamoroso e incomprensibile come lo Stato, che esclude la fondatezza del movente, con cieca testardaggine ne faccia la propria arma più tagliente per accusare Chico di omicidio.
Ed è ancora più incomprensibile come in un Paese democratico, un comprimario, se non addirittura regista e attore protagonista di questa terribile farsa, di nome Thomas Heinz Knott, se la cavi per il rotto della cuffia, patteggiando con lo Stato proprio l’accusa di truffa ai danni di Anthony John Pike. E diventando uno dei testi principali contro Enrico Forti.
Knott era un ex imprenditore tedesco, condannato a sei anni di reclusione in Germania proprio per truffa aggravata. Scontò solo circa quattro anni della pena per benefici di legge, e si trasferì negli Stati Uniti tramite un passaporto falso, andando ad abitare proprio a Williams Island. Sospettato all’inizio anche lui dell’assassinio di Dale Pike, non venne però mai chiamato a deporre al processo. Fu liberato ed espulso dagli Stati Uniti nell’immediatezza del rifiuto dell’appello per la revisione del processo di Enrico Forti.
L’unica cosa certa è che l’italiano non ha avuto un giusto processo, quel fair trial o due process di cui gli americani si riempiono tanto la bocca, prospettandolo come garanzia infallibile della giustizia. Difficile individuare l’esatta combinazione per risolvere questo complicatissimo ma non impossibile rompicapo.
 
“Da cento conigli non si fa un cavallo, da cento sospetti non si fa una prova” recita un proverbio inglese.
 
Chico Forti - un innocente condannato all'ergastoloAccade a volte che la realtà superi la più fervida delle immaginazioni. È allora che gli incubi escono dalla loro dimensione onirica, trasponendosi nella vita di un uomo per imprigionarla e annullarla per sempre. Si materializzano da una bugia partorita dalla paura, da numeri incomprensibili di un'equazione imperfetta, che ha per risultato un movente inesatto, da microscopici granelli di sabbia scaturiti dal niente, per creare un perfetto incastro dell’ambiguità. La verità scompare e cercarla diviene impresa ardua, ma non impossibile per chi è consapevole che vitam inpendere vero è lo stile di esistenza necessario per contrastare quella anomia diffusa, che permea tutte le società, anche le più evolute.
Questo dossier vuole essere un incontro dialettico fra autore e lettore attraverso un percorso euristico, al fine di dimostrare come il dubbio, se utilizzato senza sofisticazioni, possa ancora risultare un valido strumento della ragione a sostegno della verità. E al tempo stesso, si propone di svelare come l’esercizio del dubbio metodico possa essere gravemente inficiato dalle omissioni. Che, spesso, sommi sacerdoti della persuasione sottile, strumentalizzano come punto di appoggio per le proprie tesi perverse.
L’effetto è quello di far scaturire una volontà unanime fra i membri di una comunità sovrana, chiamata a emettere un verdetto di vita o di morte. Però il consenso può fondarsi su un errore e rivelarsi fatale, poiché la concordanza di opinioni permette di stabilire che cosa è ritenuto vero, ma non di provare che il contenuto affermato, realmente corrisponde alla realtà.
Anche la più inoppugnabile forma di amministrazione del diritto, condotta su basi                 intenzionalmente fuorvianti, rivela pertanto tutta la propria imperfettibilità e la débâcle della giustizia è inevitabile. Resta la speranza di riuscire a trovare un quid risolutivo in un ingranaggio che ha l’effimera consistenza di una tela di ragno. Sempre pronta a catturare gli insetti piccoli, lasciandosi trapassare da quelli grossi, che la bucano e restano liberi. In volo verso gli accecanti e proteiformi riflessi del mondo apparentemente dorato dei ricchi e famosi, dei potenti e intoccabili, che all’esteriorità e alla negazione dell’essere sacrificano, senza dubbio alcuno, la propria umanità.