LA VICENDA - L'accusa

Nell’immediatezza del primo arresto, Enrico Forti era stato accusato di frode, circonvenzione d’incapace e concorso in omicidio. La giuria però fu fuorviata ed ingannata nel suo giudizio finale perché non venne mai informata che Enrico Forti in precedenza era già stato completamente assolto dalle accuse di frode e circonvenzione d’incapace.

Liberato su cauzione, nei venti mesi che seguirono, era stato infatti scagionato da tutti i capi d’accusa (otto) che riguardavano la frode. Scorrettamente invece, la frode fu usata come movente nel processo per omicidio. Riportiamo la traduzione letterale del testo introduttivo della teoria dello stato sulla quale il PM ha fondato le sue accuse. “La teoria dello Stato sul caso era che Enrico Forti avesse fatto uccidere Dale Pike perché Forti sapeva che Dale avrebbe interferito con i piani di Forti per acquisire dal padre demente, in modo fraudolento, il 100% di interesse di un hotel di Ibiza. Dale aveva viaggiato verso Miami dall’isola di Ibiza in modo che Forti avrebbe potuto “mostrargli il denaro” – quattro milioni di dollari richiesti per la transazione – per l’acquisto dell’albergo di suo padre. Forti semplicemente non lo aveva.

Invece, Forti incontrò Dale all’aeroporto e lo condusse alla morte”. Non c’è una sola parola di verità in queste affermazioni. Non è vero che Dale Pike, la vittima, costituiva un ostacolo per i piani di Forti di acquistare l’albergo. Non ne aveva alcun potere. Non è vero che il padre, l’albergatore Tony Pike, era un vecchio malato e disabile, incapace di intendere e volere. Tutt’altro.

A suo tempo, molte testimonianze lo consideravano un astuto e sveglio uomo d’affari. D’altronde al processo non è stato presentato alcun documento che comprovasse la sua presunta demenza, né da parte di un tribunale, né di una qualsiasi commissione medica.

Non è vero che Enrico Forti volesse appropriarsi in maniera fraudolenta del 100% dell’hotel. Anzi si è scoperto che l’albergatore tentava di vendere al Forti un hotel che da molto tempo non era più suo. Una truffa vera e propria. Anthony Pike stesso lo aveva ammesso in una deposizione rilasciata a Londra prima del processo, dicendo chiaramente che intendeva rifilare a Chico un “elefante bianco”. Ma l’accusatore l’ha tenuto nascosto alla giuria.

Non è vero che Dale aveva viaggiato a Miami “per vedere il denaro contante”, quattro-cinque milioni di dollari, che il Forti avrebbe dovuto pagare. L’accordo di compravendita prevedeva il pagamento nell’arco di tempo di sei mesi, parte in contanti, parte in permuta di due appartamenti e parte con l’assunzione dei debiti dell’albergo con le banche. La supervalutazione di quattro-cinque milioni di dollari del valore dell’albergo è una stima del tutto inventata. A tutt’oggi il suo valore reale è meno di un terzo.

Come si vede, alla base di tutte le accuse, viene evidenziato il movente della truffa. Invece è vero esattamente il contrario. L’albergatore tentava di vendere un albergo che da molto tempo non era più di sua proprietà. Quindi Enrico Forti era il truffato e non il truffatore ed il movente era completamente inventato ed inesistente. L’arringa dell’accusa Giovedì, 15 giugno 2000, mezzogiorno circa. Il pubblico ministero Reid Rubin ha appena terminato la sua sommatoria, guardando la giuria come se avesse presentato il suo “masterpiece”, un’opera d’arte. E di un’opera d’arte si è trattato effettivamente, dal momento che è riuscito a costruire e portare avanti un processo senza alcun sostegno probatorio per avallare le sue accuse. Certo Rubin non ha lasciato nulla all’improvvisazione, visto che ha impiegato ben ventotto mesi per preparare la sua arringa finale. Un record per i tribunali americani, visto che normalmente qualsiasi processo si è sempre esaurito entro sei mesi dalla sua istruttoria.

Certamente, questo enorme impiego di tempo e di denaro (dello Stato della Florida) deve aver significato molto per la sua carriera o per gli interessi del palazzo, se è riuscito ad ottenere facilmente una serie di rinvii, fino al completamento di questo suo capolavoro. Indubbiamente, l’artista Reid Rubin ha avuto molti punti di favore per giungere alle sue conclusioni. Innanzitutto ha avuto l’incredibile vantaggio di pronunciare la sua arringa senza che la difesa potesse replicare, in modo che qualsiasi teoria lui intendesse proporre alla giuria, vera o presunta, basandosi esclusivamente su una fantasiosa ricostruzione dei fatti, non era più contestabile.

Tutto si può dire quando non si corre alcun rischio di essere smentiti! Ma come è possibile che in un processo dove è in gioco la vita di una persona l’ultima parola competa all’accusa? Semplice: il rito del processo americano prevede che l’ultima parola spetti di diritto all’accusa quando l’imputato si è avvalso della facoltà di non rispondere oppure non è chiamato al banco dei testimoni.

Ma chi era al corrente di questa regola? Sicuramente non Enrico Forti! Lo sapeva ovviamente il pubblico ministero, che ha sfruttato questa opportunità puntando tutte le sue “chances” proprio nello spazio finale a lui concesso, approfittando anche del fatto che la giuria deve decidere il suo verdetto basandosi esclusivamente sulla propria memoria del dibattimento. Logico quindi che nella mente dei giurati rimangano impresse più le ultime parole dell’accusa che non quelle della difesa. A maggior ragione questo si verifica quando l’oratore è particolarmente bravo e non c’è dubbio che Reid Rubin lo sia. Ma la responsabilità più grave della faccenda ricade sugli avvocati della difesa: anche loro conoscevano questa regola.

E allora è normale chiedersi: ma perché concedere questo enorme vantaggio all’accusa e non si è provveduto ad evitare questa trappola per tempo? Disarmante la spiegazione data dai legali nel consigliare Enrico Forti di non presentarsi alla sbarra: “Tu hai detto una bugia, quindi sei esposto al massacro di immagine che l’accusatore può dare di te ai giurati. Quindi meglio non rischiare. Inoltre, non essendoci prove, nessuna giuria al mondo potrà emettere un verdetto di colpevolezza nei tuoi confronti!”. Naturalmente, anche l’accusatore se ne è guardato bene dal chiamare Enrico Forti alla sbarra! Il suo disegno accusatorio era proprio fondato su questa possibilità: avere l’ultima parola per convincere una giuria che, come succede nella maggioranza dei casi, può anche essere stata non molto attenta durante il dibattimento. Tardivamente, durante l’arringa del pubblico ministero, la difesa ha sollevato un’infinità di obiezioni, molte rifiutate, alcune accettate, ma con uguale effetto. Il giudice, in quasi tutte le occasioni, ha invitato gli avvocati a sollevarle in appello, quell’appello che poi sarebbe stato sistematicamente rifiutato.